AntiMafie

Contro il puzzo del compromesso morale. AntiMafie, sempre.
venerdì, 23 maggio 2008

16 ANNI FA...

ANTIMAFIE RICORDA!








GIOVANNI FALCONE

FRANCESCA MORVILLO

VITO SCHIFANI

ROCCO DI CILLO

ANTONIO MONTINARO


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23 MAGGIO 1992 - 23 MAGGIO 2008


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categorie: antimafie, falcone, strage di capaci
domenica, 13 aprile 2008

La Mafia Contro Il 41bis

13 Aprile 2008

"Le cosche mafiose calabresi e siciliane affilano le armi in sede elettorale, contro il 41 bis: questo emerge da inchieste in corso. Scambio di voti, in cambio di assicurazioni che il carcere duro ai mafiosi, anche rei di strage, sarà abolito". Lo scrive in una nota Giovanna Maggiani Chelli, vicepresidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime di via dei Georgofili. "Noi - scrive Maggiani Chelli - siamo seriamente preoccupati. Da tempo andiamo dicendo che la mafia userà ogni mezzo, anche ai tavoli Europei, per far abolire il regime detentivo speciale di 41 bis, e che la pietà verso la mafia non deve trovare spazi. Dal carcere i capimafia, isolati con il regime di detenzione del 41 bis, non possono dare ordini per uccidere, estorcere e ordinare stragi, ma soprattutto non possono condizionare fino in fondo la vita democratica del Paese". Maggiani Chelli ricorda che a giorni "a Firenze metteremo in campo le nostre risorse migliori e terremo un convegno contro l'abolizione del 41 bis. Questa sarà la risposta delle vittime della strage di Firenze a chi lavora per favorire la mafia in Italia e all'estero". "Alla politica che non se la sente di condannare l' abolizione del 41 bis inflitto alla mafia stragista - conclude Maggiani Chelli - diciamo di vergognarsi".

(telereggiocalabria.it)
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categorie: boss, antimafie, 41bis
venerdì, 11 aprile 2008

Mangano Un Eroe?

Silvio Berlusconi, in una intervista a RadioDue, il 9 aprile 2008, ha definito Vittorio Mangano un "eroe". Ha sostenuto, cioè, l'affermazione di Marcello Dell'Utri, suo collaboratore e amico. Bene, signori: il Cavaliere e il suo fedele scudiero hanno qualcosa da nascondere, sul caso Mangano. Tutti sappiamo che è stato capomafia, e stalliere ad Arcore nel '73 - '75, ma forse in pochi sapete che...

Silvio:Pronto?

Marcello: Pronto.

Silvio: Marcello!

Marcello: Eccomi!

Silvio: Allora, è Vittorio Mangano.

Marcello: Eh!

Silvio: ...che succede se ha messo la bomba.

Marcello: Non mi dire!

Silvio: Sì.

Marcello: E come si sa?

Silvio: E... da una serie di deduzioni, per il rispetto che si deve all'intelligenza.

Marcello: Ah, è fuori?

Silvio: Sì, è fuori [fuori dal carcere, in libertà].

Marcello: Ah, non lo sapevo neanche.

Silvio: Sì; questa cosa qui, da come l'ho vista fatta con un chilo di polvere nera, una cosa rozzissima, ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto... è stata fatta soltanto verso il lato esterno. Secondo me, come un altro manderebbe una lettera o farebbe una telefonata, lui ha messo una bomba.

Marcello: Alla Mangano, sì sì.

Silvio: Un chilo di polvere nera, cioè proprio il minimo...

Marcello: Sì, sì, cioè proprio come dire mi faccio sentire, sono qui presente.

Silvio: Sì. Uno: "ma è arrivata una raccomandata, caro dottore?" Lui ha messo una bomba.

(risate)

Marcello: Lui non sa scrivere!

(risate)

Silvio: Su con la vita!

Silvio: (...) la verità ai carabinieri gli ho detto, (...) telefonata, io trenta milioni glieli davo. Scandalizzatissimi. "Come trenta milioni?! Come?! Lei non glieli deve dare, noi l'arrestiamo!" Gli dico: "Ma nooo, su, per trenta milioni!" Poi mi hanno circondato la villa, no? a sera siamo usciti, io e Fedele dalla macchina, paurosissimi (...)

Marcello: Ormai non sei uscito più.

Silvio: Poi casomai vediamo.

Marcello: Va be', sentiremo



Questo è il testo di una delle tante intercettazioni eseguite a carico di Silvio Berlusconi. Siccome qui vige il rispetto per la legge, metto anche la fonte audio della telefonata.

http://it.youtube.com/watch?v=bP7x3NhRwNk&feature=related

Come potete leggere a lato del video (ringrazio il suo autore, islainfinita), questo è il contesto della telefonata.

Il 26 maggio 1975 una bomba esplose nella villa di Berlusconi in via Rovani a Milano, provocando ingenti danni con lo sfondamento dei muri perimetrali e il crollo del pianerottolo del primo piano. Berlusconi, dopo aver ricevuto varie minacce, si trasferì per qualche mese con la famiglia in Svizzera e successivamente in Spagna.
Il 28 novembre 1986 un altro attentato alla villa milanese creò unicamente danni alla cancellata esterna. Berlusconi, nel mezzo di un'intercettazione telefonica, commentò con Dell'Utri l'attentato definendolo scherzosamente un atto fatto «con affetto», proseguendo sullo stesso tono che «secondo me, come un altro manderebbe una lettera o farebbe una telefonata, lui metterebbe una bomba» e sottolineando che la natura del gesto è da ricercarsi nel fatto «che non sa scrivere».
Contrariamente a quanto Berlusconi pensava, invece, l'attentato non è attribuibile a Mangano in quanto all'epoca del fatto era detenuto. Esso è ascrivibile altresì (come risulta dalle dichiarazioni di Galliano Antonino) alla mafia catanese: una volta raccordatosi con il suo sodale Nitto Santapaola di Catania, Totò Riina, il capo di Cosa nostra, aveva, come si suol dire, «preso in mano la situazione» relativa a Berlusconi e Dell'Utri, che, come si è visto (per concorde dichiarazione di Ganci, Anzelmo e Galliano), sarebbe stata sfruttata non soltanto per fini prettamente estorsivi, ma anche per potere "agganciare" politicamente Bettino Craxi.
Un rapporto della Criminalpol del 13 aprile 1981 recita che «L'aver accertato attraverso la citata intercettazione telefonica il contatto tra Mangano Vittorio, di cui è bene ricordare sempre la sua particolare pericolosità criminale, e Dell'Utri Marcello ne consegue necessariamente che anche la Inim spa e la Raca spa (società per le quali il Dell'Utri svolge la propria attività), operanti in Milano, sono società commerciali gestite anch'esse dalla mafia e di cui la mafia si serve per riciclare il denaro sporco, provento di illeciti».
Sull'attività di Mangano nello stesso periodo in cui prestava servizio come stalliere di Berlusconi il giudice Paolo Borsellino rilasciò, poco prima di morire, un'intervista a un giornalista francese nella quale definiva il Mangano come una delle teste di ponte di cosa nostra nel nord Italia.


Mi scuso con quanti amano gli interventi ponderati e scritti da zero...ma l'autore di tutto questo ha fatto un lavoro ottimo. Presto scriverò un mio intervento su questo caso. L'ennesimo, nel faldone "Berlusconi-Mafia" di questo blog. Si va avanti.
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categorie: politica, boss, antimafie, berlusconi, mangano
sabato, 16 febbraio 2008

Cuffaro e Cosa Nostra (Parte I)

Tutto comincia da alcune strade. Piccoli solchi sterrati che attraversano la provincia siciliana. Strade “interpoderali”, come vengono definite. Collegano, attraverso il nulla assoluto della campagna, le proprietà private, alle maggiori vie di comunicazione dell’isola. Ma non ci interessano tutte, solo alcune. Nella zona di Monreale e Altofonte.
Ad un certo punto della storia qualcuno decise che questa parte di strade dovevano essere asfaltate, i lavori dovevano essere finanziati dalla Regione Sicilia, ma non dovevano esserci “rumorose” gare d’appalto. A volere questi lavori era Angelo Siino, pentito di Cosa Nostra. E l’unico che poteva svolgere questo lavoro, a detta di chi riferì a Siino le informazioni, era un certo ing. Michele Aiello.

Personaggio particolare, Aiello. Nel 2000 era, in pratica, l’uomo più ricco della Sicilia, e dopo aver investito nelle strade, utilizzò il denaro guadagnato per aprire una clinica privata. Villa S. Teresa, a Bagheria. Un diamante nel cuore del territorio siciliano più caratterizzato dalla presenza di organizzazioni mafiose. O un benefattore ingenuo, o un sospettabile imprenditore. La cosa che convince poco, della carriera dell’ingegnere, è il fatto che nella clinica di Bagheria ha soggiornato, ed è stato curato, Bernardo Provenzano. E in un “pizzino” trovato addosso a Riina, il giorno del suo arresto, si fa il suo nome. Ma non è finita. Pare che i soldi investiti in Villa S. Teresa, più altri 250 milioni di euro sequestrati dai suoi conti correnti, non siano suoi, ma di Cosa Nostra.

Di Michele Aiello non è solo interessante la vita professionale, ma anche le amicizie di cui si è circondato. Un nome fra tutti: Salvatore Cuffaro. Totò, o “Vasa Vasa”. Comunque lo chiamiate, resta lui: il Presidente della Regione Sicilia.
Cuffaro è stato accusato di “favoreggiamento aggravato”. Avrebbe dato ad Aiello, e ad un altro boss mafioso, informazioni per far sviare le indagini su di loro, e favorire le attività di Cosa Nostra sul territorio.

L’ingegnere non si è accontentato della clinica, ha anche comprato il Laboratorio di Diagnostica Ormonale, già convenzionato con la Regione. Uno dei soci è la moglie di Cuffaro, tale Giacoma Chiarelli, e un altro è Domenico Miceli. Miceli è medico chirurgo, ex assessore alla Sanità al comune di Palermo, ed è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Ed è così amico di Cuffaro, che il Presidente della Regione lo considera un suo possibile “delfino”. Scelta oculata.

Ma perché è sotto accusa? Perché è andato a trovare Giuseppe Guttadauro, chirurgo, e capo del mandamento di Brancaccio, il più importante di Palermo. All’epoca dei fatti, il 2001, Guttadauro aveva da poco finito di scontare una condanna per mafia, quindi era impossibile che nessuno sapesse il suo ruolo, come dire, “strategico”. In una di queste visite, intercettata e quindi disponibile, Miceli e il boss parlano di nomi per la Presidenza della Regione, e si dice che Cuffaro aveva chiesto al primo di candidarsi al suo posto, ma aveva rifiutato. Il secondo sostiene di conoscere bene Cuffaro, e che è l’unico in grado di contrastare alle elezioni un certo Orlando. Insomma, stavano entrambi ammettendo dei rapporti stretti con “Vasa Vasa”.
 


Fonti per questa prima parte:

- Film-Documentario "La Mafia è Bianca", di Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini

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categorie: politica, antimafie, cuffaro
martedì, 18 settembre 2007

Comunicazione Di Servizio

So che non inserisco interventi da un bel po', ma l'inchiesta su Totò Cuffaro, l'uomo d'onore alla Presidenza della Regione Sicilia, sta prendendo più tempo del previsto. La mole di nomi, fatti e documenti da trovare, citare e spiegare sono più di quanti credessi. Appena sarà completo, prometto di tornare.
Una sola anticipazione: sarà un'inchiesta che toccherà non solo Vasa Vasa Cuffaro, ma anche la sanità siciliana, gravemente mutilata dal Presidente di Regione, e i suoi amici, tra i quali figurano l'ingengere di Cosa Nostra Michele Aiello, Domenico Miceli, il boss Giuseppe Guttadauro, e altri....molti altri.

Ad ogni modo non scrivo per questo, ma per segnalare un blog che, a mio parere, può e deve fare riflettere:

http://www.savetheworldsaveyourself.splinder.com

Il blog in questione affronta, con decisione e non poca spregiudicatezza, l'argomento AMBIENTE. Mafie ed "ecomafie" si sono date il cambio per anni, per intralciare seri provvedimenti a riguardo, atti a gambizzare gli interessi di pochi, a discapito dei molti. Ed è per questo che il link si trova su questa pagina: la Mafia da combattere e abbattere non è solo Cosa Nostra, ma ogni forma di criminalità, organizzata o meno, che danneggia la parte buona di questo fu-Stato.

L'url del blog dice tutto: Save The World, Save Yourself.

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categorie: ambiente, ecomafia
giovedì, 30 agosto 2007

Cartoline E Scambi Di Fedi: Una Nuova "Mattanza"?

I messaggi spediti da Milano con l'immagine di San Siro e l'indirizzo sbagliato: via Borsellino

PALERMO — Da una parte cartoline con l'inquietante annuncio «la pace è finita», dall'altra lo scambio di fedi tra due boss di Cosa Nostra. Segnali difficili da decifrare dall'interno delle carceri dove la mafia è in fermento e potrebbe addirittura pensare ad una nuova stagione stragista. Nelle scorse settimane la polizia penitenziaria ha intercettato tra la corrispondenza destinata ai detenuti una busta bianca inviata al boss Totò Riina. All'interno c'erano due cartoline dello Stadio San Siro indirizzate allo stesso Riina e a Bernardo Provenzano. E dietro la scritta: «La pace è finita». La Procura di Palermo ha aperto un'inchiesta e al momento, è difficile stabilire se si tratta di un messaggio in codice o dell'opera di mitomani. Alcune circostanze sembrano inquietanti.

La busta era indirizzata al carcere di Opera a Milano, in via Borsellino, ed è stata spedita il 20 luglio. Due chiare allusioni alla strage di Via D'Amelio. L'indirizzo del carcere è stato infatti deliberatamente sbagliato, mentre la data di spedizione coincide col giorno successivo all'anniversario della strage in cui fu ucciso il giudice Borsellino. C'è chi ritiene che lo stesso riferimento allo stadio San Siro sia da accostare al fallito attentato mafioso del '93, all'Olimpico. Semplici suggestioni o segnale di allarme? E poi perché spedire una cartolina per annunciare un nuovo attacco allo Stato? «Non abbiamo ancora elementi per valutare» dice il procuratore nazionale Piero Grasso. Non enfatizza né sottovaluta la Procura di Palermo: il procuratore Francesco Messineo ipotizza: «potrebbe trattarsi di un messaggio del tipo "noi esistiamo e la partita non è ancora chiusa"». Non è l'unico segnale che arriva dalle carceri. L'altro riguarda due boss di prima grandezza come Leoluca Bagarella e Nitto Santapaola.

Nel corso del loro trasferimento (l'uno ha occupato la cella dell'altro) la polizia penitenziaria ha scoperto che entrambi avevano dimenticato appesa al chiodo la fede nuziale. Un fatto assai strano e difficile da giustificare con una distrazione. Entrambi sono legatissimi a quelle fedi nuziali, come lo erano alle mogli, scomparse in circostanze tragiche: Vincenzina Marchese morta suicida, Carmela Minniti uccisa in un agguato. L'episodio potrebbe suggellare un nuovo accordo mafioso in chiave tutta interna al mondo delle carceri oppure con una proiezione esterna. Un accordo, si ipotizza, tra l'ala oltranzista di Cosa Nostra e i catanesi di Nitto Santapaola.

30 agosto 2007

(da: Corriere Della Sera)
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categorie: cartoline, boss
sabato, 21 luglio 2007

L'Intervista Scomoda

Questa è la trascrizione integrale dell'intervista che Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo hanno fatto al giudice Paolo Borsellino, il 21 maggio 1992. L'intervista citata nel post precedente. 
RaiNews ne trasmise una versione video tagliata, e molto poco compromettente. Questo è ciò che disse in realtà.


Tra queste centinaia di imputati ce n'è uno che ci interessa: tale Vittorio Mangano, lei l'ha conosciuto?

«Si, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso, e precisamente negli anni fra il'75 e l’80. Ricordo di avere istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane e che presentavano una caratteristica particolare. Ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con una testa di cane mozzata. L'indagine fu particolarmente fortunata perché - attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice - si riuscì rapidamente a individuare chi li aveva acquistati. Attraverso un'ispezione fatta in un giardino di una salumeria che risultava aver acquistato questi cartoni, in giardino ci scoprimmo sepolti i cani con la testa mozzata. Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa del genere - ora i miei ricordi si sono un po' affievoliti - di questa famiglia, che era stata autrice dell’estorsione.

Fu processato, non mi ricordo quale sia stato l'esito del procedimento, però fu questo il primo incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano. Poi l'ho ritrovato nel maxiprocesso perché Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d'onore appartenente a Cosa Nostra».

Uomo d'onore di che famiglia?

«L'uomo d'onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia alla quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano - ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io, e risultava altresì dal cosiddetto "procedimento Spatola" [il boss Rosario Spatola, potente imprenditore edile, NDR] che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso - che Mangano risiedeva abitualmente a Milano città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei traffici di droga che conducevano alle famiglie palermitane».

E questo Vittorio Mangano faceva traffico di droga a Milano?

«Il Mangano, di droga (Borsellino comincia a parlare, poi si corregge. NDR), Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa tra Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, seco do il linguaggio che si usa nelle intercettazioni telefoniche, “magliette” o “cavalli”. Il mangano è stato poi sottomesso a processo dibattimentale ed è stato poi condannato per questo traffico di droga. Credo che non venne condannato per associazione mafiosa – beh, sì per associazione semplice – riporta in primo grado una pena di 13 anni e 4 mesi di reclusione più 700 milioni di multa…La sentenza di Corte d’Appello confermò questa decisione di primo grado».


Quando ha visto per la prima volta Mangano?

«La prima volta che l’ho visto anche fisicamente? Fra il ’70 e il ‘75».

Per interrogarlo?

«Si, per interrogarlo».

E dopo è stato arrestato?

«Fu arrestato fra i1 ‘70 e il '75. Fisicamente non ricordo il momento in cui l'ho visto nel corso del maxiprocesso, non ricordo neanche di averlo interrogato personalmente. Si tratta di ricordi che cominciano a essere un po' sbiaditi in considerazione del fatto che sono passati quasi 10 anni».

Dove è stato arrestato, a Milano o a Palermo?

«A Palermo la prima volta (è la risposta di Borsellino; ai giornalisti interessa capire in quale periodo il mafioso vivesse ad Arcore, NDR».

Quando, in che epoca?

«Fra il '75 e l'80, probabilmente fra il ‘75 e l’80».

Ma lui viveva già a Milano?

«Sicuramente era dimorante a Milano anche se risulta che lui stesso afferma di spostarsi frequentemente tra Milano e Palermo».

E si sa cosa faceva a Milano?

«A Milano credo che lui dichiarò di gestire un'agenzia, ippica o qualcosa del genere. Comunque che avesse questa passione dei cavalli risulta effettivamente la verità, perché anche nel processo, quello delle estorsioni di cui ho parlato, non ricordo a che proposito venivano fuori i cavalli. Effettivamente dei cavalli, non "cavalli" per mascherare il traffico di stupefacenti».

Ho capito. E a Milano non ha altre indicazioni sulla sua vita, su cosa faceva?

«Guardi: se avessi la possibilità di consultare gli atti del procedimento molti ricordi mi riaffiorerebbero...»

Ma lui comunque era già uomo d'onore negli anni Settanta?

«...Buscetta lo conobbe già come uomo d'onore in un periodo in cui furono detenuti assieme a Palermo antecedente gli anni Ottanta, ritengo che Buscetta si riferisca proprio al periodo in cui Mangano fu detenuto a Palermo a causa di. quell’estorsione nel processo dei cani con la testa mozzata... Mangano negò in un primo momento che ci fosse stata questa possibilità d’incontro... ma tutti e due erano detenuti allUcciardone qualche anno prima o dopo il 77».

Volete dire che era prima o dopo che Mangano aveva cominciato
a lavorare da Berlusconi? Non abbiamo la prova...

«Posso dire che sia Buscetta che Contorno non forniscono altri particolari circa il momento in cui Mangano sarebbe stato fatto uomo d’onore. Contorno, tuttavia – dopo aver affermato, in un primo tempo, di non conoscerlo – precisò successivamente di essersi ricordato, avendo visto una fotografia di questa persona, un presentazione avvenuta in un fondo di proprietà di Stefano Bontade (uno dei capi dei corleonesi. NDR)».

Mangano conosceva Bontade?

«Questo ritengo che risulti anche nella dichiarazione di Antonino Calderone [Borsellino poi indica un altro pentito ora morto, Stefano Calzetta, che avrebbe parlato a lungo dei rapporti tra Mangano e una delle famiglie di corso dei Mille, gli Zanca, NDR]...».

Un inquirente ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava a casa di Berlusconi c'è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però dì un invitato [Luigi D'Angerio, NDR] che usciva dalla casa di Berlusconi.

«Non sono a conoscenza di questo episodio».

Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un'avanguardia?

«Sì, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti, le “teste di ponte” dell'organizzazione mafiosa nel Nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non moltissimi, almeno tra quelli individuati. Un altro personaggio che risiedeva a Milano, era uno dei Bono, [altri mafiosi coinvolti nell'inchiesta di San Valentino, NDR] credo Alfredo Bono che nonostante fosse capo della famiglia della Bolognetta, un paese vicino a Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso in realtà Mangano non appare come uno degli imputati principali, non c'è dubbio comunque che... è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da quello attinente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone [nel'76 Calderone è ospite di Michele Greco quando arrivano Mangano e Rosario Riccobono per informare Greco di aver eliminato i responsabili di un sequestro di persona avvenuto, contro le regole della mafia, in Sicilia, NDR] lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all'interno dell'organizzazione mafiosa...».

Dunque Mangano era uno che poi torturava anche?

«Sì, secondo le dichiarazioni di Calderone».

Dunque quando Mangano parla di “cavalli” intendeva droga?

«Diceva "cavalli” e diceva “magliette”, talvolta».

Perché se ricordo bene c'è nella San Valentino un'intercettazione tra lui e Marcello Dell'Utri, in cui si parla di cavalli (dal rapporto Criminalpol: «Mangano parla con tale dott. Dell'Utri e dopo averlo salutato cordialmente gli chiede di Tony Tarantino. L'interlocutore risponde affermativamente... il Mangano riferisce allora a Dell'Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche il cavallo" che fa per lui. Dell'Utri risponde che per il cavallo occorrono "piccioli' e lui non ne ha. Mangano gli dice di farseli dare dal suo amico "Silvio". Dell'Utri risponde che quello lì non "surra", [non c'entra, NDR]) ».

«Si, comunque non è la prima volta che viene utilizzata, probabilmente non si tratta della stessa intercettazione. Se mi consente di consultare [Borsellino guarda le sue carte, NDR). No, questa intercettazione è tra Mangano e uno della famiglia degli Inzerillo... Tra l'altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta in dibattimento, tant'è che Mangano fu condannato».

E Dell'Utri non c'entra in questa storia?

«Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano».

A Palermo?

«Si. Credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari».

Dell’Utri. Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri (Marcello e Alberto sono fratelli gemelli, Alberto è stato in carcere per il fallimento della Venchi Unica, oggi tutti e due sono dirigenti Fininvest. NDR)

«Non ne conosco i particolari. Potrei consultare avendo preso qualche appunto (Borsellino guarda le carte. NDR), cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi».

I fratelli?

«Sì».

Quelli della Publitalia, insomma?

«Sì».

E tornando a Mangano, le connessioni tra Mangano e Dell’Utri?

«Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei rivelare nulla»

Sì, ma in quella conversazione con Dell’Utri poteva trattarsi di cavalli?


«Nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo (Borsellino sorride. NDR). Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l’albergo».

In un albergo. Dove?

«Oddio, i ricordi! Probabilmente si tratta del Plaza (l’albergo di Antonio Virgilio. NDR) di Milano».

Ah, oltretutto...

«Sì»

C'è una cosa che vorrei sapere. Secondo lei come
si sono conosciuti Mangano e Dell'Utri?

«Non mi dovete fare queste domande su Dell'Utri perché siccome non mi sono interessato io personalmente, so appena… dal punto di vista, diciamo, della mia professione, ne so pochissimo, conseguentemente quello che so io è quello che può risultare dai giornali, non è comunque una conoscenza professionale e sul punto non ho altri ricordi».

Sono di Palermo tutti e due...

«Non è una considerazione che induce alcuna conclusione... a Palermo gli uomini d’onore sfioravano le 2000 persone, secondo quanto ci racconta Calderone, quindi il fatto che fossero di Palermo tutti e due, non è detto che si conoscessero».

C'è un socio di Dell'Utri tale Filippo Rapisarda (i due hanno lavorato insieme; la telefonata intercettata di Dell'Utri e Mangano partiva da un'utenza di via Chiaravalle 7, a Milano, palazzo di Rapisarda. NDR) che dice che questo Dell'Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade [i giornalisti si riferiscono a Gaetano Cinà che lo stesso Rapisarda ha ammesso di aver conosciuto con il boss dei corleonesi, Bontade. NDR]

«Beh, considerando che Mangano apparteneva alla famiglia dì Pippo Calò... Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano le più numerose – almeno 2000 uomini d'onore con famiglie numerosissime - la famiglia di Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno 200. E si trattava comunque di famiglie appartenenti a un'unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera... So dell'esistenza di Rapisarda ma non me ne sono mai occupato personalmente»

Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?

«So dell'esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato personalmente.»

A Palermo c'è un giudice che se n'è occupato?

«Credo che attualmente se ne occupi .... ci sarebbe un'inchiesta aperta anche nei suoi confronti ... »

A quanto pare Rapisarda e Dell'Utri erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia [Francesco Paolo Alamia, presidente dell'immobiliare Inirri e della Sofim, sede di Milano, ancora in via Chiaravalle 7. NDR]

«Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda DellUtri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto sempre, di indagini di cui non mi sono occupato personalmente».

Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell'Utri, siano collegati a uomini d'onore tipo Vittorio Mangano?

«All'inizio degli anni Settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un'impresa anch'essa, un'impresa nel senso che attraverso l'inserimento sempre più notevole, che ad un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti , Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, cercò lo sbocco perchè questi capitali in parte venivano esportati o depositati all'estero e allora cosìsi spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali».

Si è detto che Mangano ha lavorato per Berlusconi

«Non le saprei dire in proposito.. Anche se, dico, debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura... so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda - che la ricordi o non la ricordi - comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla».

Ma c'è un'inchiesta ancora aperta?

«So che c'è un'inchiesta ancora aperta».

Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?

«Su Mangano credo proprio di si, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia concernenti anche Mangano».

Concernenti cosa?

«Questa parte dovrebbe essere richiesta... quindi non so se sono cose che si possono dire in questo momento».

Come uomo, non più come giudice, come giudica la fusione che abbiamo visto operarsi tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconì e Dell'Utri e uomini d'onore di Cosa Nostra?
Cioè Cosa Nostra s'interessa all'industria, o com'è?


«A prescindere da ogni riferimento personale, perché ripeto dei riferimenti a questi nominativi che lei fa io non ho personalmente elementi da poter esprimere, ma considerando la faccenda nelle sue posizioni generali: allorché l'organizzazione mafiosa, la quale sino agli inizi degli anni Settanta aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili. All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un'impresa anch'essa. Un’impresa nel senso che attraverso l'inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all'estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso».

Dunque lei dice che è normale che Cosa Nostra s'interessi a Berlusconi?

«E' normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente questa esigenza, questa necessità per la quale l'organizzazione criminale a un certo punto della sua storia si è trovata di fronte, è stata portata a una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali e quindi non meraviglia affatto che, a un certo punto della sua storia, Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali».

E uno come Mangano può essere l'elemento di connessione tra questi mondi?

«Ma, guardi, Mangano era una persona che già in epoca ormai diciamo databile abbondantemente da due decadi, era una persona che già operava a Milano, era inserita in qualche modo in un’attività commerciale. E' chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone di Cosa Nostra, in grado di gestire questi rapporti».

Però lui si occupava anche di traffico tre droga, l'abbiamo visto anche in sequestri di persona..

«Ma tutti questi mafiosi che in quegli anni - siamo probabilmente alla fine degli anni ‘60 e agli inizi degli anni ‘70 - appaiono a Milano, e fra questi non dimentichiamo c'è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali, che poi investirono negli stupefacenti, anche con il sequestro di persona».

E questa inchiesta quando finirà?

«Entro ottobre di quest'anno ... ».

Quando è chiusa, questi atti diventano pubblici?

«Certamente…».

Perché ci servono per un'inchiesta che stiamo cominciando
sui rapporti tra la grossa industria...


«Passerà del tempo prima che ... ».

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categorie: borsellino
sabato, 21 luglio 2007

L'Agenda Rossa di Paolo Borsellino

Nell'inferno che era diventato via d'Amelio, il 19 luglio del 1992, qualcuno mantenne comunque i nervi saldi. Paolo Borsellino era morto, ma bisognava assicurarsi che non nuocesse più per davvero. C'era solo un modo: cancellare tutti quei segreti che aveva raccolto dopo la strage di Capaci. Molti erano dentro un'agenda rossa, che al magistrato era stata regalata dai carabinieri.
Qualcuno ebbe per davvero i nervi saldi in quell'inferno di corpi maciullati e macerie. Si avvicinò all'auto blindata, frugò dentro la borsa del giudice. Prese solo ciò che cercava, sapeva cosa. E fece scomparire per sempre l'agenda di Paolo Borsellino.

L'ultima volta, era stata aperta appena qualche ora prima: "Non si separava mai da quell'agenda", racconta la vedova, Agnese Piraino, ai giudici del primo processo Borsellino.

"Segnava tutto: incontri, impegni di lavoro. Però adesso non si trova più. Quella domenica, a pranzo, la teneva nelle mani ed aveva segnato gli appuntamenti della settimana successiva".
In udienza, il pubblico ministero Anna Maria Palma insiste nel chiedere alla signora Piraino: "Ma lei è sicura che quando suo marito è andato via da Villagrazia avesse portato con sé quell'agenda?"

"Si - è la risposta - lui metteva le sue cose nella borsa. Non la lasciava mai, la portava sempre con sé, tanto che io, scherzosamente, gli dicevo: Guarda mi sembri Giovanni Falcone, che ovunque andava portava con sé la borsa con le sue cosine. E Paolo, da un po' di tempo, faceva la stessa cosa, camminava sempre con questa borsetta dietro".

Era un'agenda dell'Arma dei carabinieri. Non c'era fra le cose che vennero restituite alla famiglia dopo la strage di via d'Amelio. "La borsa si era un po' accartocciata - ricorda la vedova Borsellino - ma il contenuto era integro. Un po' affumicato, ma c'era tutto. O meglio, quelle poche cose che Paolo aveva: un'agenda con i suoi numeri telefonici, le sigarette. Ma l'agenda rossa non c'era".

(brano preso da http://www.falconeborsellino.net)

Via D'Amelio. 19 luglio 1992. Poco dopo l'esplosione, avvenuta alle 16.55, minuto più minuto meno. L'intera via viene occupata da vigili del fuoco, polizia, e carabinieri. Più tardi arrivano giornalisti e cronisti, che documentano la scena che si trovano davanti.
Apparentemente nessun estraneo poteva avvicinarsi ai corpi delle vittime. Apparentemente. Ma una prova, un'agenda di color rosso, sparisce dalla borsa di Paolo Borsellino. Perchè? E chi è stato?

Va ricordato che le stragi di Capaci e via D'Amelio non sono solo la vendetta di Cosa Nostra nei riguardi dei magistrati Falcone e Borsellino (vendetta scaturita soprattutto dopo la vittoria definitiva in Cassazione e la conferma delle sentenze a carico nel Maxiprocesso), ma una porzione di un disegno più ampio, che abbracciava personaggi "esterni" alla Cupola mafiosa. E Borsellino lo aveva capito. Sapeva chi erano i mandanti della strage di Capaci, sapeva chi era l'infiltrato, la "talpa" all'interno delle mura del Tribunale di Palermo. Ma non ha avuto il tempo di fare le sue indagini. Quei mandanti hanno voluto eliminare anche lui.
Però, forse, in quell'agenda i nomi c'erano.
E ciò che è successo qualche anno più tardi fa pensare.

22 luglio 1998. Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri vengono iscritti nel registro degli indagati, dal Tribunale di Caltanissetta, con l'accusa di essere loro quei mandanti. E le motivazioni dell'iscrizione sono più che consistenti:
- il collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi, durante un interrogatorio, fa i loro nomi tra le "persone importanti" che hanno voluto la morte dei due magistrati.
- Vittorio Mangano e Salvatore Riina hanno intrattenuto rapporti sospetti con i vertici della società denominata FININVEST.

Lo stesso Vittorio Mangano, inoltre, per molti anni è stato stalliere, assunto grazie all'influenza e alle insistenze di Dell'Utri, nella villa privata di Arcore del suddetto Silvio Berlusconi. Fatto strano...possibile che nessuno sapesse che Mangano era un boss appartenente alla famiglia di Porta Nuova? Lo sapevano.
E proprio per questo è stato portato a Milano.
Cosa Nostra, in quegli anni, aveva bisogno di estendere i commerci della droga al nord Italia, e Berlusconi aveva bisogno di protezione, dopo alcune minacce di morte. Ecco, quindi, che Mangano approda in Lombardia.
Paolo Borsellino, 50 giorni prima di morire, rilasciò un’intervista ad un giornalista francese, illustrando delle incongruenze riscontrate in alcune intercettazioni telefoniche fatte al boss. Si parlava di “cavalli” che dovevano essere recapitati in un albergo: alquanto singolare. Solitamente dei cavalli vengono portati in un maneggio, o in un ippodromo, non dentro un albergo.
Borsellino, inoltre, alla domanda del giornalista riguardo i motivi che possono aver portato ad associare personaggi come Berlusconi e Dell’Utri a uomini d’onore come Mangano, rispose che chi è in possesso di grosse quantità di denaro, ha bisogno di strumenti per poter usare, e far fruttare, questo denaro. E quindi è normale un contatto tra imprenditori e Cosa Nostra.
Che sia questo uno dei motivi dell’uccisione del magistrato?

Se ancora il legame tra i possibili mandanti delle stragi e la mafia può sembrare labile, vi sono altri importanti indizi che portano a confermare queste “storie”.

Nel 1994 Silvio Berlusconi decide di “scendere in campo”, e di occuparsi di politica.
Il partito che avrebbe appoggiato la sua campagna sarebbe stato Forza Italia, un movimento nato in quattro mesi dal lavoro di Dell’Utri. Motivi della candidatura? 7000 miliardi di lire di debiti. L’uomo più ricco d’Italia non era veramente ricco.
La sua scalata imprenditoriale (e il suo scalzare, per importanza, la famiglia Falck in quel di Milano), la protezione di Mangano e di Cosa Nostra e altri piccoli traffici sconosciuti, avevano il loro prezzo. E Cosa Nostra pretese la sua parte: un posto nella “società civile”…un posto in politica. Ecco, quindi, che Forza Italia trovò la luce.

Ad avvalorare la tesi c’è la testimonianza del pentito Giuffrè, considerato attendibile dalla Magistratura, che affermò che FI era nata da un “patto” stretto tra Marcello Dell’Utri e,l’allora latitante, Bernardo Provenzano, per assicurare introiti e potere alla mafia.
Questo patto, però, non fu senza conseguenze: nel 2005, infatti, Dell’Utri venne condannato, in primo grado, a nove anni di carcere per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Il processo di appello è tuttora in corso.

Il procedimento nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, per i fatti di Capaci e Via D’Amelio, invece, è stato archiviato.

L’agenda rossa conteneva i loro nomi?



fonti per il post:

- "Quando C'Era Silvio" - Documentario di Beppe Cremagnani e Enrico Deaglio

- Decreto di Archiviazione del Tribunale di Caltanissetta nel procedimento a carico di Berlusconi e Dell'Utri

postato da: AntiMafie alle ore 14:47 | link | commenti | commenti
categorie: politica, agenda rossa
sabato, 21 luglio 2007

AntiMafie

Contro il puzzo del compromesso morale.
Contro il silenzio.
Contro la contiguità, e quindi contro la complicità.
Contro l'ignoranza.
Contro tutto quello che è Cosa Nostra.

Nasce AntiMafie. Con la speranza di portare tra i giovani il profumo dell'idea di libertà.

Un gesto dovuto per tutte le vittime che la mafia ha lasciato dietro di sè, per chi ha lottato, per chi lotta, per chi non accetta di essere schiavo di un sistema criminale.

Per chi è contro ogni forma di criminalità organizzata.

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categorie: antimafie